Infine, doveva succedere.
Le neomoderne tesi revisioniste hanno fatto la loro parte, e al resto ci ha pensato l’ignoranza popolare della gioventù asservita a chi riesce ad inculcar loro per primo le idee.
Poveri loro, non hanno nemmeno troppe colpe.
Ma spaventa un po’, sapere che in giro ci sono persone che potrebbero (non escludo che possano essere trovate giornalistiche á lá BonsaiKitten) credere veramente a quello che si dice su Antikomunista. Con la k, mi raccomando.
Ma non stiamo parlando solo di neofascisti o wannabe tali, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa; il problema è, invece, che il proselitismo sembra regnare ovunque: Comunione e Liberazione, con le branche dei vari Student Office e Gioventù Studentesca ne è un esempio lampante, ma anche se guardiamo dall’altra parte, la “chiusura” di alcuni Centri Sociali fa pensare. Se fai parte del gruppo, entri, altrimenti sei out. Sei fuori. E il gruppo in genere non ha alcun interesse per farti entrare,
sei tu che devi proporre qualcosa d’interessante.
Come una setta, una casta chiusa, ed ognuno, citando Quasimodo, “sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole”.
Continuo a ritenermi fortunato nell’essere anarchico, almeno ogni anarchico sa che il rispetto delle libertà e delle idee altrui è il fondamento per la libertà.
E spero che, riprendendo Quasimodo, la “sera” venga il più tardi possibile, sebbene conclusione unica e necessaria della solitudine. Una solitudine voluta, aggiungerei.
dic 15 2004
Antikomunista. Con la Kappa, mi raccomando.
dic 10 2004
Tempo fuor di sesto

Stamattina ho un sacco e una sporta di sonno, e tutto per colpa di Dick. Già, il caro vecchio geniaccio della distopifantascienza ha colpito ancora, e ieri sera, quando a mezzanotte mi sono messo a leggere Tempo fuor di sesto non sono più riuscito a staccarmi dal libro fino all’ultima pagina.
Geniale. Semplicemente geniale, come praticamente tutti i libri di Philip K. Dick.
Ho sempre considerato questo autore un principe del visionarismo, uno
scrittore definito da tutti “di fantascienza” che in realtà è un
distopico puro, alla pari di altri grandi della letteratura quali Orwell o Huxley.
E Tempo fuor di sesto, il cui titolo ricalca una famosa frase di shakespeariana memoria (Amleto,
atto 1, scena 5), presenta la visione preoccupata del futuro che ha
Dick, contribuendo in maniera fondamentale a quel filone de “la realtà
è un’illusione”, ripresa recentemente in film di grande successo come The Truman Show e Dark city, senza dimenticare il commercialissimo Matrix.
In Tempo fuor di sesto (il titolo originale ricalca la versione in lingua madre dell’Amleto con Time out of joint) troviamo il protagonista, Ragle Gumm,
intento a trascorrere la propria vita in una tranquilla cittadina di
un’America sotto pressione per la guerra fredda con i sovietici;
assieme a lui, Victor e Margo, rispettivamente cognato e sorella, e i vicini, i coniugi Black,
sembrano vivere esistenze lineari e ripetitive come capita molto
spesso, con l’unica eccezione che Ragle si guadagna da vivere con il
concorso “Trova l’Omino Verde” della Gazette, del quale è
campione da più di due anni. Ben presto, però, Ragle scoprirà tanti
piccoli particolari che lo porteranno in un crescendo di paranoia più o
meno giustificata… ma non vi svelo altro.
Un libro da gustare fino in fondo, che vi terrà incollati alle proprie
pagine fino all’ultima, come solo Dick sa fare, attualissimo tanto
all’epoca (Tempo fuor di sesto ha visto la luce nel 1959) quanto ai giorni nostri.
—–
dic 09 2004
L’illuminazione!
Impossibile trovare qualcosa che andasse meglio per la categoria “Raylights”!
Oggi, infatti, ho scoperto (piuttosto tardivamente, a dire il vero) che Enlightenment, il top dei window manager per Linux è passato finalmente in CVS, ed è utilizzabile. Non so a quanti di voi questo possa interessare, vista la notizia “di nicchia”, ma io ne sono rimasto piacevolmente colpito, dato che ormai da troppo tempo avevo lasciato Enlightenment in favore di Gnome2 per varie esigenze.
Con un po’ di fortuna, questo potrebbe essere l’ultimo messaggio spedito dal desktop manager dello scimmiotto… Stay tuned!
Ah, quasi dimenticavo: sulla mia Gentoo box almeno la compilazione è andata a buon fine (solo qualche piccolo scontro tra librerie, e le glitz che non hanno voluto saperne di compilare), adesso la prova del fuoco è avviarlo…
dic 06 2004
Chi sei?
Questa sera, visto che è anche la serata di Lupo solitario (per chi lo ascolta su Radio2), vi lascio con una storia, una leggenda del XVII secolo. È un po’ lunga, ma se trovate due minuti per leggerla, secondo me vi potrebbe far pensare.
Nemo era morto da pochi attimi, giusto il tempo d’un respiro, quando un angelo si presentò al suo capezzale. Nella stanza, ancora un andirivieni di persone, con i parenti in lacrime e il medico che ancora armeggiava con intrugli che, a parer suo, avrebbero dovuto salvargli la vita. Ma Nemo stava bene, ora, e si guardava attorno con occhi dolci e beati.
L’angelo, sorridendo, noncurante di tutta quella ressa, prese una sedia e si sedette a fianco del letto, fissando Nemo.“Che fai, non vedi che sono morto?“, chiese l’uomo.
“Mah, in realtà non sei ancora letteralmente morto… Sei più in una via di mezzo tra la vita e la morte.“, rispose l’angelo.
Un po’ stupito, Nemo ribatté: “Ma non sei tu dunque venuto a prendermi?“. “Non proprio. A dire il vero, si deve ancora prendere una decisione su di te… Il mio compito è farti una domanda, poi si vedrà.“.
Nemo era, sinceramente, un po’ infastidito. Gli sembrava d’aver passato un’intera vita sotto esame, e anche lì, nell’ultimo momento, un’ennesima prova…“Senti, io non sono studiato. Insomma, ho vissuto la mia umile vita, non sono colto, non vorrei…“, si schermì, ma l’angelo prontamente lo rassicurò: “Non preoccuparti: qualsiasi decisione sarà presa per il tuo bene. Rispondi
in piena tranquillità, ma, soprattutto, cerca la risposta nel tuo cuore, non nella tua mente. Comprendi?“, e l’angelo strizzò l’occhio a Nemo, che in effetti ci aveva capito ben poco.
“Dunque“, proseguì l’angelo, “la domanda è la più semplice che si possa fare. Chi sei tu?“.
Immediatamente Nemo cominciò a pensare a tutti i trabocchetti che potevano nascondersi dietro una domanda del genere, ma non ne trovò alcuno. Cercò, quindi, il modo migliore per definirsi, in un momento così importante: “Beh, prima di tutto sono un uomo!“. Che fosse questa la risposta giusta?
“Ti ho forse chieso a che specie appartieni?“, rispose l’angelo.
“Io sono Nemo Qualunque.”
“Ti ho chiesto chi sei, non come ti chiami.“, ribadì calmo l’angelo.
“Sono un impiegato delle poste.”
“Ti ho chiesto chi sei, non che lavoro fai.”
“Sono un uomo sposato, ho due figli e amo la mia famiglia!“, esclamò Nemo, pensando che fossero delle ottime referenze.
“Non ho chiesto il tuo stato civile o i tuoi sentimenti per la tua famiglia.”
“Sono religioso, credo in Dio e mi comporto bene con il mio prossimo.”
“Non ti ho chiesto di che religione sei, in cosa credi o i tuoi rapporti sociali.”Il povero Nemo, spiazzato, non sapeva che altro dire. Che razza di domanda era?
Chi sei… Lui sapeva definirsi solamente all’interno della società umana, e in che altro modo poteva farlo? Si
era mai posto quella domanda in tutta la sua vita? No, perché era talmente evidente agli occhi di tutti, chi fosse lui! Forse c’era
qualcosa di più profondo ed essenziale che mai gli era capitato di percepire… diamine, non aveva mai avuto tempo per certi sofismi, lui che si era trovato a fronteggiare i mille problemi della vita quotidiana!
Eppure, solo ora lo rammentava, qualche momento c’era stato in cui una sottile insoddisfazione si era impossessata di lui, insinuando il vago presentimento che dietro ogni manifestazione della realtà si celasse qualcosa di più profondo e sfuggente.
“Bene“, disse l’angelo, alzandosi e lasciando il posto ad un debole alone di luce, “ti lascio con questo compito: ogniqualvolta utilizzerai il pronome Io, chiediti di chi stai veramente parlando.“.
Quindi sfiorò Nemo con una carezza, mentre il suo cuore riprendeva a battere tranquillo e regolare.
dic 03 2004
Twenty years
Talvolta la frenesia della vita quotidiana ci avvolge in quel furioso vortice che è l’assoluta incoscienza.
Talvolta non ci fermiamo più a pensare, e non ci avanza nemmeno il tempo per mettere giù uno, due pensieri sul Moleskine che portiamo pur sempre con noi nella borsa, assieme alla macchina fotografica.
Talvolta siamo semplicemente troppo stanchi per voler dire qualcosa, pensando – a torto – che qualsiasi cosa potessimo esprimere sarebbe inutile e futile, per noi e per altri.
Talvolta capita, alzandosi tardi la mattina, di accendere la televisione e di veder passare su MTV una canzone che ci ricorda quanto la poesia e il fermarsi a riflettere siano importanti. Che ci ricorda chi eravamo e, in parte, chi siamo tutt’ora.
Perché, anche dopo vent’anni, il piccolo fuochista che mantiene acceso il nostro animo non si stanca, e continua ad alimentare il fuoco, a prescindere dal carbone che gli diamo.
There are twenty years to go,
A golden age I know,
But all will pass,
And end too fast you know.There are twenty years to go,
And many friends I hope,
Though some may hold the rose,
Some hold the rope.Placebo, “Twenty years”

